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Emergenza idrogeologica: l’implacabile legge dei dati dice che è tutto già scritto

Francesco Vincenzi - presidente Anbi: “Un piano straordinario di manutenzione del territorio è la prima opera pubblica di cui l’Italia ha bisogno, perché la sicurezza idrogeologica è condizione prima e culturale per la coesione sociale".

Emergenza idrogeologica: l’implacabile legge dei dati dice che è tutto già scritto

“Quante Niscemi dovranno accadere in un Paese, dove il 9.5% del territorio è ad alto o altissimo rischio di frana (fonte: Ispra), prima di assumere coscienza collettiva che un piano straordinario di manutenzione del territorio è la prima opera pubblica, di cui c’è bisogno? Quanti medicane dovremo registrare lungo una Penisola, dove nel recente triennio quasi 7600 località italiane sono state interessate da tornado, piogge intense e grandine grossa (fonte: ESWD - European Severe Weather Database), prima di interiorizzare che resilienza e adattamento alla crisi climatica devono essere parole d’ordine delle scelte quotidiane, dall’individuale al politico?”: l’accorata riflessione è di Francesco Vincenzi, Presidente di ANBI, di fronte ai dati riportati nel report settimanale dall’Osservatorio sulle Risorse Idriche dell’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e dele Acque Irrigue.

Il dramma di Niscemi e della faglia di 4 chilometri, che sta ingoiando l’abitato di una cittadina di quasi 25.000 abitanti a seguito del transito del ciclone Harry sull’Isola, è il simbolo di un Paese fragile ed impreparato all’estremizzazione dei fenomeni meteo.

Secondo il più recente rapporto Ispra, degli oltre 900.000 fenomeni franosi, censiti nelle banche dati europee, 636.000 (oltre il 65%) sono in Italia, coinvolgendo un’area di 25.000 chilometri quadrati (8,3% del territorio nazionale). Negli scorsi 30 anni se ne possono ricordare almeno 13 di elevata drammaticità dal Nord al Sud: Versilia (Toscana), Sarno e Quindici (Campania), Piemonte e Val d’Aosta, Val Canale (Friuli Venezia Giulia), Messina (Sicilia), Borca di Cadore (Veneto), Cinque Terre (Liguria) e Lunigiana (Toscana), Alta Val d’Isarco (Trentino Alto Adige), San Vito di Cadore (Veneto), Savonese (Liguria), Chiesa Val Malenco (Lombardia),  Casamicciola (Campania); questi territori sono stati interessati da fenomeni a rapido cinematismo, che rappresentano il 28%  delle frane italiane (quindi circa 178.000). In Italia, tra il 1974 ed il 2023, le vittime delle frane sono state 1.060, 10 i dispersi, 1.443 i feriti e 138.743 gli sfollati. Attualmente gli italiani, che vivono in zone a rischio idrogeologico sono circa 8 milioni (mln. 1,28 per frana; mln. 6,8 per alluvione).

“Stiamo convivendo con una quotidiana straordinarietà e la sicurezza idrogeologica è invece la condizione prima per ogni ipotesi di sviluppo del Paese – chiosa Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBIIl territorio italiano, per il 75% collinare o montano, è morfologicamente fragile ed instabile soprattutto in presenza d’acqua; tale caratteristica è poi accentuata dall’inarrestabile incremento delle aree urbanizzate non di rado anche su aree ad alto rischio idrogeologico. Questi elementi, unitamente al progressivo abbandono dei presidi umani nei territori alti e nelle aree interne, espongono sempre più la Penisola alle conseguenze della crisi climatica. Affermare il concetto di prevenzione civile è il necessario salto culturale, che dobbiamo fare come comunità”

La contrapposizione tra l’ondata di gelo, che in questo Gennaio sta interessando l’Europa Centro-Orientale ed il clima ancora mite del bacino mediterraneo, dove le acque marine continuano ad essere fino a 2 gradi più calde del normale, potrebbe generare nuovi episodi simili a quelli, che hanno colpito le regioni meridionali la scorsa settimana. Già in questi giorni, buona parte delle regioni tirreniche sono interessate da nubifragi e trombe marine.

Al Nord il livello idrometrico del lago di Como è decrescente mentre il Sebino, nonostante l’incremento settimanale di circa 5 centimetri, risulta essere oltre mezzo metro più basso del consueto; condizione sopra la media, invece, per Verbano e Benaco, rispettivamente al 71% ed al 81,4% di riempimento.

Sono in crescita le portate del fiume Po, i cui flussi restano però scarsi rispetto alla media storica (a Pontelagoscuro – 25%).

In Valle d’Aosta, il livello della Dora Baltea è stabile, mentre è in calo quello del torrente Lys.

In Piemonte si registrano gli incrementi dei flussi negli alvei dei fiumi Toce e Stura di Lanzo; riduzioni di portata invece per Tanaro e Stura di Demonte.

In Lombardia, i bassi livelli dei bacini unitamente alla scarsa neve in quota (indice SWE - Snow Water Equivalent: -61,3%) determinano un deficit di riserva idrica pari al 37,1% e quantificabile in 1104 milioni di metri cubi d’acqua (fonte: ARPA Lombardia).

In Liguria sono in crescita i livelli dei fiumi Entella, Vara ed Argentina.

In Veneto è da segnalare la riduzione delle portate dei fiumi Adige e Piave, ma gli incrementi di Livenza, Brenta e Bacchiglione.

In Emilia-Romagna, significativa è la crescita di portata del fiume Reno (+281%), così come di Enza e Taro, che mantengono però livelli più bassi della media; a decrescere è invece la Secchia.

Positivo è il settimanale andamento idrometrico dei corsi d’acqua in Toscana.

Nelle Marche calano le altezze idrometriche dei fiumi Potenza, Tronto e Sentino, mentre Esino e Nera registrano una sostanziale invarianza.

In Umbria, il livello del lago Trasimeno guadagna un solo centimetro in 7 giorni, mentre in crescita sono le portate dei fiumi Chiascio, Paglia e Topino (fonte: Centro Funzionale Regionale-Protezione Civile).

Nel Lazio, incoraggianti notizie giungono dai laghi, che in un mese hanno registrato una crescita costante, seppur lenta: Albano, che insieme al “fratello minore” Nemi sta soffrendo di una decennale “agonia idrica”, ha visto aumentare la propria altezza idrometrica di 21 centimetri (Nemi, + cm. 7). I viterbesi bacini di Vico e Bolsena segnano +cm. 8 negli scorsi 7 giorni. Le portate dei fiumi Tevere ed Aniene a Roma, nonché del Velino in Sabina, registrano significative crescite (per il “fiume di Roma”, +107 metri cubi al secondo rispetto alla rilevazione della scorsa settimana; fonte: AUBAC).

Flussi in decisa crescita anche nei fiumi della Campania: il livello del Garigliano è salito di oltre m. 2,60 rispetto ad una settimana fa.

Le abbondanti precipitazioni della settimana scorsa hanno permesso agi invasi lucani di riempirsi di ulteriori 24 milioni di metri cubi d’acqua; in circa 2 mesi sono affluiti quasi 117 milioni e mezzo di metri cubi d’acqua nei serbatoi della regione, ma il bilancio idrico è ancora negativo (-10 milioni di metri cubi rispetto al siccitosissimo 2025).

Finalmente anche in Puglia, nella Capitanata, si può parlare di un incremento settimanale d’acqua raccolta piuttosto soddisfacente: +mln. mc.9,65: nei bacini foggiani ora c’è il 23% dell’acqua invasabile, ma la strada per la normalità idrica è ancora ricca di incognite.

Infine la Sardegna, dove i nubifragi hanno comportato che, nel Sulcis Iglesiente, dalle dighe Monte Pranu  e Bau Pressiu (ad inizio Gennaio erano riempiti rispettivamente al 37,83 e 50,12%)  si è iniziato a rilasciare l’acqua in eccesso.

“Speriamo che nei mesi caldi non ci si debba pentire di essere stati costretti a lasciar scorrere in mare quella risorsa preziosa” conclude il Direttore Generale di ANBI.


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